
C’è un momento, a febbraio, in cui l’Italia sembra fermarsi senza ammetterlo. Si dice che non interessa più a nessuno, si giura di non guardarlo, si alzano gli occhi al cielo con aria disincantata. Eppure, puntuale, ritorna. “Sanremo, di nuovo” di Max Serra nasce esattamente lì: nel punto in cui l’ironia smette di essere difesa e diventa verità.
Il brano attraversa il Festival come si attraversa un luogo familiare: con affetto e fastidio, con memoria e sospetto, con quella strana gratitudine che riserviamo solo alle cose che ci hanno cresciuti. Le immagini sono nitide, quasi cinematografiche: le luci sul palco, i giornalisti in attesa, gli scandali “al chilo”, i tweet che durano un respiro. Ma sotto la superficie c’è altro: la sensazione che Sanremo sia un grande specchio, dove si riflettono l’ambizione e la tenerezza, la paura di sparire e il bisogno di essere visti, la speranza un po’ ingenua di lasciare una traccia.
Max Serra racconta un’Italia che ogni anno si raduna intorno a un rito popolare e, quasi senza volerlo, misura il tempo. Nel bridge, Sanremo diventa un pendolo:
“Come un orologio a pendolo che culla i nostri anni”,
segna stagioni e generazioni, e dentro quelle canzoni, tra una cover riuscita e una “massacrata allegramente” — scorre una giovinezza che non torna uguale.
Il ritornello mette a fuoco la contraddizione centrale: il Festival come luogo che molti rifiutano a parole, ma che continua a chiamarci per nome.
“Cinque sere che nessuno dice di guardare / Dove il cantautore non ci vuole andare / ma poi ci va a malincuore”
e in quella resa, che non è sconfitta ma destino collettivo, si consuma la parte più umana della canzone: la consapevolezza che la vita — spesso — non è fatta di svolte epiche, ma di ritorni. Di compromessi piccoli, di luci che abbagliano per un attimo, di riconoscimenti fugaci: “vince anche chi perde”, perché a volte basta essere visti, anche solo per un giorno, per sentirsi esistiti.
Il testo è attraversato da una malinconia gentile: i sogni appaiono “riciclati come vecchi abiti”, “un po’ teneri e un po’ patetici”, eppure resistono. Tra le rose, dice la canzone, rimane una verità semplice: anche il più cinico spettatore custodisce un posto nel cuore per questa illusione. Non per credulità, ma per bisogno: perché ogni comunità ha la sua liturgia, e questa liturgia, piaccia o no, ci ha insegnato a emozionarci insieme.
Nel finale, “Sanremo, di nuovo” si apre come una poesia di fine festa:
“Sanremo è un sogno di carta pesta / La colonna sonora di una parte di esistenza”
che si dissolve la domenica mattina e ritorna, come torna l’onda, come torna la riva, come torna un fiore gettato nel mare. È la nostalgia di ciò che sappiamo essere fragile, ma che continuiamo a cercare: un frammento di bellezza condivisa, un ritornello che ci ricorda chi eravamo mentre diventavamo altro.
Con “Sanremo, di nuovo”, Max Serra firma un brano rock/pop d’autore che, dietro la satira affettuosa del circo mediatico, parla della cosa più seria: il tempo. E di come, a volte, per non sentirlo scorrere via, inventiamo palchi, luci, canzoni. E ci sediamo lì, anche solo per cinque sere, a farci raccontare ancora una volta la stessa storia — sperando che, questa volta, dica qualcosa di nuovo su di noi.
